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Cose lasciate e cose trovate

di Simona Cremonini

Racconto segnalato al concorso Prosapoetica “terra/di/nessuno” 2004, come indicato qui

Commento della giuria sul racconto: “una descrizione che rispetta il ritmo dei personaggi e della storia, una cronaca del quotidiano trasformata in una poetica denuncia minimalista“.

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Ha guidato per qualche chilometro, nella paura di essere vista, di essere fermata da una sporadica pattuglia. Il fagotto sul sedile accanto al suo ora tace, forse si è addormentato dopo tanto piangere.

Penetra nella discarica, con facilità. Non è nemmeno sorvegliata: la rete di recinzione è rotta e nessuno si è curato di ripararla. È un vecchio deposito; se sindaco e giunta comunale si fossero messi d’accordo probabilmente sarebbe già stato interrato o svuotato e il terreno sarebbe stato coperto da un nuovo centro commerciale.

Lascia la macchina il più possibile nascosta. Non vuole che la vedano, non vuole dare spiegazioni, ma soprattutto lo sa che non dovrebbe fare ciò che sta per fare. Ma nei piccoli paesi si mormora. E lei quel bambino non può tenerlo. Non ha nemmeno detto ai suoi che l’aspettava.

Lo stringe al petto. Le dà una sensazione commossa, la percezione di un calore interno, nuovo, sconosciuto. Scaccia questi pensieri. È una cosa che deve lasciare.

È un luogo per cose da lasciare quello che la circonda. Cose che non si possono più tenere, cose rotte, cose inutili, cose usate e perciò ignominiose.

Cammina per lo stretto sentiero. Il fardello si è rimesso a piangere, probabilmente per l’odore pungente che c’è tutto attorno. Non importa, si dice. Tanto nessuno, lì, può sentirlo.

Dovrebbe posarlo per terra, in quel punto, in un punto qualunque, ma sta cercando un punto giusto, perché sa che quello che fa è sbagliato, quindi vuole almeno provare ad attutire la sua colpa.

Basta. Posalo e basta, dice a sé stessa.

Decisa, si avvicina a un piccolo cumulo di rifiuti. C’è un sacco nero semivuoto, con una piccola incavatura al centro. Perfetto.

Il suo sguardo è catturato da qualcosa di rosa, lì a pochi metri. Rosa in mezzo al grigio. È un braccio. No, un gomito.

Una sensazione diversa le sale dal ventre verso il petto. Paura.

Si avvicina, ormai l’ha visto, vuole sapere tutto.

Con il fagottino ancora stretto al seno, si sposta e gira intorno alla catasta di immondizie.

È un gomito, aveva visto giusto. C’è anche il suo proprietario, lì con lui. È un uomo pasciuto, con le guance rotonde e gli occhi semiaperti. È come una grossa bambola, immobile, rosato, ma i suoi vestiti non sono a posto, sono sporchi, imbevuti di un fluido rosso scuro. Sangue. La camicia doveva essere bianca ma ora è chiazzata di macchie di fanghiglia e sangue.

Un’altra cosa lasciata.

Anche per lei è ora di lasciare quello per cui è venuta fin lì.

No, non può farlo. Si rende conto che non può lasciare quella cosa piccola e pulita in mezzo a tutto quello. Non può lasciarla e basta. È ancora sua. Si volta e se lo stringe.

Ora lo coccola, gli parla.

Stai tranquillo, gli dice.

Andiamo via di qui, gli dice. Piange.

La recinzione è ancora aperta. Esce di lì.

In quel luogo di cose lasciate, ha trovato il suo bambino.