Sotto la superficie

Sotto la superficie

di Simona Cremonini

Racconto vincitore del Premio Akery 2005 per la letteratura horror

 

Sono venuta a chiedertelo. Finalmente, so già che mi dirai. Ci speravi fin dalla sera in cui scendemmo.

Franca, la tua nuova compagna, mi guarda un po’ torva: non immaginava che venissi da voi. Pensava che gli ideali mi bastassero, che potessi stare per sempre così, in questo stato.

No, Michele. Purtroppo ho scoperto che una chimera non è abbastanza per vivere.

 

Sono arrivata nel vostro antro, quello che vi siete ritagliati lontani dalla miseria della gente come me.

Non c’è tutta quella puzza, qua. Non ci sono bambini, scalzi e maleodoranti, che mi si attaccano alle gambe perché mi spazientisca e dia loro qualcosa di cui nutrirsi.

Sono pochi, i nostri ragazzini. Ho guardato Teresa, mia sorella, stamattina. Aveva il suo pargolo di nove mesi fra le braccia e gli ha rivolto un grande sorriso, pieno di tenerezza. L’altro mio nipote, Paolo, le restava attaccato a fianco, in silenzio.

È difficile tirare avanti qua sotto, nei cunicoli scavati nella montagna. Senza la luce solare, nutrendoci solo di ciò che possiamo trarre da noi stessi e dai pochi animali sopravvissuti sotto la superficie, siamo diventati come bestie. Siamo smunti, colorati solo dal sudiciume della terra dentro la quale dormiamo.

Molti non ce l’hanno fatta ad adeguarsi. Ma là sopra non possiamo più stare e chi non si adatta è destinato a soccombere.

 

Nel vostro condotto, invece, tutto sembra più ospitale, più pulito. Franca mi accompagna e mi chiede di aspettarti fuori dal tuo rifugio.

Sei ancora sdraiato nel tuo sepolcro, immagino. Nonostante l’assenza di luce, credo che un sonno ristoratore ti sia comunque necessario e che la tua veglia non possa essere infinita.

Mi guardo intorno. Ci sono disegni di animali sulle pareti di questa galleria, forse antiche rappresentazioni di una comunità estinta che aveva qua la sua casa. Queste grotte, che la stirpe umana ha scelto come rifugio anche in epoche antiche, erano abitate da cacciatori e forse queste raffigurazioni sono il loro diario per l’eternità. Un diario che nemmeno la catastrofe nucleare è riuscita a cancellare.

 

Ed eccoti. Avvolto da abiti color porpora, varchi la soglia e mi guardi. Sorridi. Fai due passi in avanti ma non mi abbracci. Ti fa ribrezzo il mio vestito logoro e puzzolente.

Pensi che io sia qua per darti un tributo, come al solito.

Sbagliato.

«Mi fa piacere vederti, Marzia. Ma noto che sei sola. Devo preoccuparmi per la tua salute?»

Fai un altro grande sorriso. Forse non ti dispiacerebbe del tutto nutrirti del mio sangue.

«Devo parlarti, Michele», ti annuncio, seria.

«Parla», esclami, guardando Franca e roteando gli occhi, come se la mia solennità ti seccasse e ti facesse perdere tempo.

Rivolgo una rapida occhiata al tuo nuovo amore.

«Da soli», puntualizzo.

Fai spallucce. «Lasciaci soli», le dici, mentre il tuo sguardo le fa capire che non corri alcun pericolo con una pezzente come me.

Franca mi osserva in silenzio per alcuni istanti, poi esce. Non ci sono porte in queste grotte: per quanto ne so, potrebbe essere rimasta appena fuori dall’uscio ad ascoltare comunque la nostra conversazione. Ma non credo che lo farà, ha troppa paura di perdere la palma di favorita che le hai concesso tu.

Siamo soli. «Eh, be’?»

«Dobbiamo parlare della situazione».

«Che succede, Marzia? Pensavo che andasse bene a entrambi la soluzione che abbiamo trovato. Eravamo d’accordo sul Patto».

«Non si tratta di questo».

Finalmente catturo un po’ del tuo interesse. «Va bene, vieni con me», mi dici.

Ti seguo lungo il corridoio che ha imboccato Franca.

Per qualche istante mi sorge il dubbio che, essendo venuta senza una vittima per voi, tu mi voglia portare dagli altri e nutrirti del mio sangue. Ma subito mi sento in colpa. Non lo faresti mai, provocheresti una guerra e la sicurezza di sopravvivenza delle nostre specie cadrebbe nel caos.

La pace è indispensabile e il Patto è prezioso. A voi permette di avere vittime umane regolarmente, a noi di eliminare solo i deboli, coloro che non sopravviverebbero comunque alla nostra stentata esistenza, evitando ai più forti il rischio delle vostre aggressioni.

Giungiamo davanti a una tenda di velluto pesante. La scosti e mi fai passare oltre. Dovrei chiederti di andare per primo, potrebbe essere una trappola. Invece varco la soglia che mi si presenta davanti agli occhi e scanso anche l’altro strato di stoffa, stavolta molto leggera, in cui m’imbatto prima di entrare nella tua camera.

Prima della sera in cui scendemmo, avrei considerato questa tua stanza come una gretta stamberga. Ora, dopo un anno passato nella terra della montagna, a cibarmi di ratti e della carne dei nostri cari che ci restituite dopo ogni vostro nutrimento, questa camera mi sembra una reggia.

I mobili sono di legno, verniciati di colori sgargianti. Mi chiedo come abbiate fatto a recuperarli, non credo che li abbiate costruiti voi. La mia riflessione cade nel vuoto, quando m’inviti a sedermi su un divanetto.

Dopo essermi accomodata, ti osservo meglio e vedo qualcosa che mi rattrista. Intorno ai tuoi occhi piccole rughe mi rivelano che questa nuova vita, in cui ti sei tuffato un anno fa, non ha cancellato questo difetto fisico. Mi chiedo che cosa invece ti abbia dato e sono tentato di scappare via.

Poi osservo i miei abiti, vedo lo sporco, annuso il mio stesso sudore. Resto.

«Di che cosa volevi parlarmi?»

Mi fa sentire bene il fatto che siamo soli. Sento di poterti dire tutto come un tempo, quando eravamo amanti, e di non dovermi vergognare per aver deciso di confidarmi con te.

«Non ne posso più», ammetto.

Sospiri. Il movimento del tuo volto tradisce il fatto che provi la stessa sensazione.

«La sera in cui scendemmo. Non avremmo dovuto venire nel sottosuolo, rifugiarci in queste grotte».

Annuisci ancora. «È un discorso inutile. Ormai siamo scesi, che cosa dovremmo fare ora?», mi chiedi.

«Non voglio più andare avanti così».

«Quindi? Cosa possiamo farci?»

Me lo domandi seccato, la mia decisione di venirti a dire cose che ti sono ben note ti infastidisce.

Sai anche tu che non avremmo mai dovuto scendere, quella sera. Quella che abbiamo trovato qua sotto non è vita, è solo un’esistenza strascicata nella miseria, nello sporco e nella fame.

«Non mi basta più quello che sono. Voglio venire a stare qui con te».

La rivelazione ti sorprende. Ti ho chiesto qualcosa che non ti aspettavi. Poi sorridi, come tuo solito.

«Non è un gioco, Marzia».

«Lasciami spiegare…»

«No. Io sono un vampiro, tu sei una donna. Questo non è certo il posto per un essere umano».

«Non voglio più essere una donna», sospiro. «È per questo che sono venuta».

Ti guardo negli occhi e vorrei che capissi quanto sono esasperata dalla mia condizione e quanto ho bisogno di diventare come te.

«Tu, una vampira?», mi domandi. C’è una punta di ironia nella tua voce. Forse vuoi cercare di capire dove voglio andare a parare.

«Sì».

Non ho altro da dire.

Mi osservi per un istante che mi pare infinito. Poi ti avvicini per la prima volta da molto tempo. Afferri la mia camicia e mi annusi sul collo. Le tue mani mi stringono contro di te, e sento un pungiglione che m’incide il collo. Non ho più scampo dal tuo abbraccio.

 

Sto tornando da Teresa e dai bambini, nel rifugio che io stessa ho scavato per la mia famiglia.

Sento un grosso peso nella testa, come se il mio nuovo sangue di vampira cercasse di non farmi pensare, facendola esplodere. Dopo ciò che ho visto insieme a te, dopo essere stata nei tuoi cunicoli, la morte mi porterebbe sollievo. Ma devo andare avanti con i miei propositi, prima di porre fine alle mie sofferenze e ai miei sensi di colpa.

Ho deciso di venire da te per dare una conclusione a tutto questo. Alla miseria, alla fame, alla sofferenza. Un anno fa, la notte dopo che scendemmo, un tuo simile uccise il marito di Teresa e io promisi che mi sarei presa cura di lei e di suo figlio, oltre che della creatura che portava in grembo, difendendoli dai non-morti.

Quando scoprii che il mio ex ragazzo aveva scelto di diventare uno di loro e aveva preso il comando della loro specie, fu facile farmi accogliere per trovare un accordo di convivenza. Facemmo il Patto: esso avrebbe portato pace e nutrimento per tutti.

Ma ora so che cos’è stato davvero il Patto, in questo anno, e il mio peccato per aver intercesso con la mia comunità per farlo accettare non può essere perdonato. Fui io a trovarlo ragionevole e a convincere gli uomini che Esso fosse l’unica speranza di sopravvivenza.

Varco la soglia dell’antro in cui Teresa dorme con i bambini. Sono belli, loro tre insieme. Sono sporchi e consunti, ma emanano un’aurea d’amore e di tenerezza.

Paolo si è svegliato e mi guarda, mentre sono china su di lui. Vede che cosa è diventata sua zia e il suo sguardo d’orrore non potrà mai essere cancellato dai miei ricordi. Mordo e succhio, disperata e piangente. Paolo geme «Oh!» solo per un istante, poi non si muove più.

Ai vampiri non è mai interessato nulla del Patto. Sei stato tu, Michele, il giorno che lo istituimmo, a dirmi che nessuno avrebbe più potuto vivere in superficie, facendomi credere che Esso fosse l’unico sistema perché entrambe le specie potessero scampare e non dovessimo tutti piombare nel caos.

Mi avvicino a Teresa, che sorride nel sonno. Suo marito non ha mai conosciuto il bambino che lei stringe fra le braccia. È morto prima che nascesse, durante una guerra cui io stessa ho posto fine con il Patto.

In superficie, un paio di mesi fa, l’uomo è tornato sulle Alpi italiane e francesi. L’esplosione nucleare è stata potente, ma ha devastato solo alcune regioni, per le quali sta cominciando la ricostruzione. Tu stesso, ora che sono la tua nuova compagna vampira, mi hai portata a respirare di nuovo l’aria di queste montagne e a vedere le tende di coloro che stanno studiando se sia possibile ripopolare questi territori.

La superficie è vivibile anche dopo la sera in cui scendemmo, e il Patto è stato una tua vile cattiveria per disorientarci e renderci tuoi schiavi.

Teresa si sveglia e mi guarda. Stringe il suo bambino. Anche lei ha capito che sua sorella non tornerà più, che di fronte ha, ormai, una creatura diversa.

«Ma… il Patto?», mi sussurra, in lacrime.

«Al diavolo il Patto!», le rispondo, prima di morderla.